Il capitale umano

Titolo originale: Il capitale umano
Paese di produzione: Italia, Francia
Anno: 2013
Regia: Paolo Virzì
Soggetto: Stephen Amidon
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Francesco Piccolo
Interpreti principali: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio.

Capitale umano: una contraddizione in termini

Virzì e la commedia popolare
Ultimo detentore dei segreti della commedia all’italiana di cui raccoglie, in un certo senso, il testimone, l’eredità. Si aggira nel piccolo mondo provinciale puntando su quello che si può definire  “prodotto medio” ma senza abbandonare mai una certa dose di rivoluzione e di impegno. Abile nel costruire bozzetti coloriti e colorati, nel riprendere con sguardo pietoso un’Italia da ridere e da piangere, nel delineare ritratti sociologici e affreschi familiari, lavorativi, sociali carichi di personaggi come casalinghe con sogni televisivi, insegnanti che fanno i finti intellettuali ma hanno la moglie burina a casa, parvenu di ieri e di oggi, impiegate dei call center terrorizzate dalla precarietà della vita, giovani rampanti – ma non solo loro – che credono di dominare i meccanismi della globalizzazione, dell’ascensore sociale, del denaro facile e invece rimangono stritolati dai relativi meccanismi. Cerca di cogliere l’Italia per quello che è: picaresca, provinciale, lontana dal mito della globalizzazione, approssimativa nella conoscenza e per questo spavaldamente e gustosamente ignorante, talvolta radicale e anche intransigente. E in questo contesto colloca i grandi temi come l’amicizia, la famiglia, il lavoro, la vita quotidiana, attraverso i quali racconta il dolce e l’amaro della nostra società con storie entusiasmanti, drammatiche, condite con un pizzico di ironia, una spolverata di buoni sentimenti, diversi granelli di infelicità.
Gradevole interprete della commedia social-sentimentale e del giusto equilibrio fra i sussulti del cuore e quelli della società; convincente regista di film perlopiù divertenti – ma anche densi di contenuti, portatori di valori individuali e sociali, a volte ironici, a volte drammatici, a volte commoventi – del recente panorama cinematografico italiano. Cerca di attingere alla lezione di Scola, Monicelli, Magni; si rifà ai personaggi interpretati da Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli. Il tutto non nell’Italia del secondo dopoguerra, del miracolo economico o della successiva crisi economica, sociale, dei valori ma in uno Stato a cavallo degli anni Duemila, (che dovrebbe essere) moderno, terza o quarta economia dell’UE, quinta o sesta economia industriale al mondo.
Forse nei suoi film non c’è la risata, la risata facile (a differenza di quello che ci si aspetta/ci si aspettava da Verdone o Sordi). Alcune volte i suoi film scorrono in modo piano e lento, rappresentando la realtà per quella che è, senza sussulti: una fotografia in movimento (Baci e abbracci; Tutti i santi giorni; Il capitale umano). Altre volte i suoi film sono pieni di movimento, di impulsi e spunti di vita (Ferie d’agosto; Ovosodo; Tutta la vita davanti; La prima cosa bella). In alcuni casi troviamo solo la voglia di raccontare una storia, talvolta una favola, con i suoi personaggi, i suoi sentimenti, i suoi valori (Baci e abbracci; Caterina va in città; Tutti i santi giorni); in altri di denunciare storture, brutture, vittime della società priva di valori, punti di riferimento, ostaggio di certi meccanismi economici, sociali e politici (verrebbe da dire “alla Ken Loach” – Tutta la vita davanti; Ferie d’agosto; Il capitale umano); in altri ancora di stendere l’affresco di una società in evoluzione, collocandolo in una prospettiva storica (un po’ come ha fatto in passato Fellini – Ovosodo/La prima cosa bella). Si affida ad attori già esperti e conosciuti ma dà ruoli importanti anche ai giovani, agli esordienti (Edoardo Gabbriellini e Marco Cocci in Ovosodo; Alice Teghil in Caterina va in città) o comunque ad artisti che sono ancora agli inizi (Claudia Pandolfi in Ovosodo; Rocco Papaleo in Ferie d’agosto; Micaela Ramazzotti in Tutta la vita davanti). Volendo provare a introdurre una distinzione, per quanto approssimativa e opinabile, delle sue commedie, si potrebbe dire che ci sono:
commedie degli adulti: La bella vita; Ferie d’agosto; Baci e abbracci;
commedie dei giovani: Tutti i santi giorni; Ovosodo; Tutta la vita davanti; Caterina va in città.
Forse, un posto a sé lo occupano due film:
La prima cosa bella: un potente affresco dell’Italia nel corso di 35-40 anni in cui i bambini diventano adulti, i giovani diventano prima adulti e poi vecchi. In cui ci sono sentimenti e sensazioni, legami familiari ed affettivi, le convenzioni sociali del passato, i vizi e i pregiudizi dell’oggi; in cui alla fine i giovani di oggi hanno più problemi, angosce, incertezze dei giovani di ieri: che invece hanno avuto più coraggio, forse hanno vissuto meglio pur avendo avuto di meno, che sono più sereni nella vecchiaia e ancora riescono a divertirsi, ad avere sogni, a raggiungerli (il matrimonio finale a un passo dalla morte).
E poi il film di questa sera: Il capitale umano” del 2014 (Interpreti: Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni) che è forse il miglior film che Virzì abbia mai realizzato, sicuramente tanto diverso dalle altre sue opere e al contempo intriso dello stesso amore per le umane debolezze.
Allontanandosi da se stesso e dall’ironia che sostiene il suo narrare, Virzì si tuffa a capofitto in un noir intrigante, che coinvolge dal primo minuto, in un costante crescendo di tensione che fa sì che lo spettatore dipani l’intricata matassa delle vicende solo nel finale, come nei migliori thriller.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon: testo senza dubbio caratterizzato da una solida struttura dalla quale gli sceneggiatori hanno attinto a piene mani, per poi rielaborare e adattare le vicende ad una realtà che il regista vuole assolutamente italiana, anche se il film mantiene quel sapore ‘americano’ delle migliori pellicole di genere.
Con un cast d’eccezione, Virzì disegna sullo schermo un ampio spettro di umanità, figlia dei nostri tempi, in cui a farla da padrona è la solitudine, nelle sue diverse manifestazioni (affettive, familiari, sociali); a fare da cornice al tutto un piccolo centro in Brianza, in cui si intersecano le vite dei protagonisti.
La località, non tanto lontana dalla Milano ‘finanziaria’, è il luogo ideale in cui far dimorare un magnate della finanza, quella ‘tossica’ (tale è Giovanni Berneschi e la sua famiglia, attorno alla quale ruotano tutti i benestanti della zona) e un piccolo imprenditore immobiliare, lo scaltro Dino Ossola, che spera di diventarlo, magari arricchendosi con facili guadagni.
Un incidente sulla strada provinciale segnerà per sempre le vite dei protagonisti e metterà a nudo la vera natura di ciascuno, in un susseguirsi di eventi che Virzì presenta da diverse angolature, come se più osservatori abbiano potuto seguire parallelamente i vari personaggi.
Il film è costruito in tre capitoli, che narrano la vicenda dal punto di vista di tre protagonisti, per poi concludersi nel capitolo finale (chiamato appunto “il capitale umano”) nel quale la vicenda alfine trova un epilogo: ma ciò che interessa Virzì non è la vicenda poliziesca, l’intrigo giallo ma quello dei comportamenti umani e sociali.
Attorno all’evento principale (l’incidente che si intuisce nella scena iniziale) si coagulano e si dipanano le altre vicende, che prendono avvio temporalmente sei mesi prima (attenzione, quindi, ai frequenti passaggi narrativi da ieri ad oggi). C’è quindi un antefatto, un avvio della vicenda che si colloca d’estate mentre l’epilogo si svolge a ridosso di Natale. Il primo capitolo è centrato su una vicenda finanziaria; il secondo su una vicenda culturale; il terzo su una vicenda sentimentale. Le prime due hanno un epilogo “negativo” e nel finale s’intersecano significativamente (il patto tra Dino Ossola e Carla Bernaschi si chiude sulle poltroncine del teatro, ormai destinato a far posto a un centro commerciale); solo la terza, forse altrettanto significativamente, resiste. Ed è quindi uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Commento sulla frase finale del film
L’assicurazione liquida ai familiari dell’uomo investito e ucciso una somma, un capitale che viene usualmente determinato tenendo presente alcuni criteri: l’aspettativa di vita, le potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei legami affettivi della vittima.

I PERITI ASSICURATIVI LO CHIAMANO IL CAPITALE UMANO
Capitale umano: una sorta di contraddizione in termini. Virzì usa il termine come sinonimo di monetizzazione della vita, dell’integrità fisica; valore patrimoniale delle lesioni fisiche. Come dire: trasformare in denaro tutto ciò che denaro non è: anzi, è ciò che dovrebbe essere il più lontano possibile dal denaro.
Definizione di capitale umano nella letteratura aziendale/sociologica
Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità (professionali e relazionali) ed emozioni possedute o, meglio ancora, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.
La formazione e la crescita del capitale umano avviene tramite i processi educativi, di apprendimento ed esperienziali di un individuo che interessano:

  • l’ambiente familiare
  • l’ambiente sociale
  • la scolarità
  • le esperienze di lavoro

Per questo motivo tali conoscenze, competenze e abilità non sono facilmente sostituibili in quanto intrinsecamente elaborate dal soggetto che le ha acquisite. Se ci astraiamo un attimo dal contesto strettamente economico-aziendale e collochiamo questa definizione nella più ampia e generale dimensione sociale, diciamo che nel film di capitale umano (inteso come valori familiari, educazione civica, solidarietà sociale, etica degli affari) se ne vede veramente molto poco. Giovani e meno giovani, uomini e donne, studenti, liberi professionisti, intellettuali, casalinghe: tutti quanti – una volta messi sotto pressione o comunque coinvolti in una situazione di difficoltà, portati fuori dal loro mondo o disturbati nel loro rassicurante tran tran quotidiano – volgono verso il noir. Forse, come in altre circostanze, Virzì “salva” i giovani: li pone in una luce meno sinistra rispetto agli adulti, forse vuole dare un messaggio di speranza, lasciare intravvedere sullo sfondo uno spiraglio per il futuro. Chi, quasi ingenuamente, tenta di “coprire” l’innamorato colpevole, anche se il suo comportamento trova una qualche “giustificazione” nei sentimenti; chi cerca di fare il “gran salto” sociale ed economico, in una sorta di malato arrivismo (e non come giusta ambizione a cogliere opportunità offerte dal c.d. “ascensore sociale”) e chi sfrutta tale aspirazione per proporre investimenti in perdita, organizzando una “trappola” finanziaria se non una vera e propria truffa; chi, avendo subìto la truffa, vede improvvisamente mutare la situazione a proprio favore e, senza scrupoli, sfrutta la situazione, rientrando dalle perdite subite in un investimento andato a male e  restituendo così “pan per focaccia” (in particolare, recuperando dalla moglie ciò che gli era stato sottratto poco limpidamente dal marito); chi vede nella cultura solo l’occasione di un investimento finanziario, per cui i capitali si spostano indifferentemente dalla ricostruzione di un teatro alla realizzazione di una struttura alberghiera o commerciale e la cultura è, conseguentemente, sempre un passo indietro rispetto alla finanza (perdipiù, non di sostegno al tessuto industriale ma speculativa). E poi, direi tanta ipocrisia, tanta falsità nei rapporti familiari e sociali, direttamente proporzionale alla condizione sociale, alle disponibilità economiche, alla visibilità e alla posizione nel contesto cittadino. E forse ipocrisia anche nei confronti di se stessi.

CENNI BIOGRAFICI SU VIRZI’

Nasce a Torino il 4 marzo 1964 da madre livornese, per cui si trasferisce a Livorno (per questo alcuni film sono ambientati in Toscana e/o ci sono personaggi che parlano toscano).
A Roma frequenta il Centro sperimentale di cinematografia; ha come insegnanti Gianni Amelio e Furio Scarpelli. Inizia l’attività di regista agli inizi degli anni ’90, quindi ha 20 anni di esperienza e di film alle spalle.
La prima pellicola è “La bella vita” (Ferilli, Ghini) del 1994, presentato alla Mostra del cinema, con cui ottiene il premio come migliore regista esordiente. Prosegue nel 1996 con “Ferie d’agosto” (Silvio Orlando, Laura Morante, Sabrina Ferilli, Paola Tiziana Cruciani) – con cui vince il David di Donatello – e l’anno dopo con “Ovosodo” (Nicoletta Braschi, Claudia Pandolfi,  Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci) – il titolo riprende il nome di un quartiere di Livorno – con cui vince il Leone d’oro a Venezia. Poi alcuni film meno conosciuti o meno fortunati (Baci e abbracci – My name is Tanino – Caterina va in città – Io e Napoleone – Tutti i santi giorni) per arrivare a calare un poker d’assi; nell’ordine:

  • Tutta la vita davanti (2008)
  • La prima cosa bella (2010)
  • Il capitale umano (2014)
  • La pazza gioia (2016)

Con questi film fa incetta di premi (Nastri d’argento – David Donatello – Ciak d’oro – Globo d’oro); in particolare, con “Il capitale umano” vince 7 David (tra cui quello come miglior film), 6 Nastri d’argento, 4 Ciak d’oro e il “Globo d’oro” (premio della stampa estera al miglior film italiano).

Gigi

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