LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

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Unico film italiano selezionato dalla commissione ufficiale del 57° Festival di Cannes 2004, “Le conseguenze dell’amore” è il secondo lungometraggio di cui Paolo Sorrentino ha firmato regia , soggetto e sceneggiatura. Il film ha ottenuto notevole successo di pubblico e critica risultando plurivincitore ai David di Donatello 2005 (miglior regista, sceneggiatura, migliore attore protagonista Toni Servillo, migliore direttore della fotografia Luca Bigazzi), ai nastri D’argento 2005 (migliore attore protagonista, migliore attore non protagonista Raffaele Pisu, migliore soggetto e migliore fotografia Luca Bigazzi) ed ai Globi d’oro 2005 (migliore sceneggiatura, attrice rivelazione Olivia Magnani).

Il film si svolge quasi interamente nel claustrofobico ed anonimo ambiente , “non luogo”, di un hotel di un’anonima cittadina svizzera e racconta uno stralcio della vita di Titta Di Girolamo ( il grande Toni Servillo), uomo di affari di mezza età, distinto, silenzioso e schivo, che vive relegato in una stanza d’albergo da otto anni.

Titta (il nome, a sua detta, è l’unica cosa frivola che possiede) passa le sue giornate nella hall a fumare sigarette e ad osservare chi gli sta attorno, condannato ad un’atroce routine in cui è stato ingabbiato dal suo “segreto inconfessabile”. Perché, come egli dice in apertura, ogni uomo ha il suo segreto inconfessabile.

Il lavoro di Sorrentino potrebbe essere etichettato come un perfetto noir, ma mentre il racconto si dispiega in rivoli misteriosi si rimane piacevolmente stupiti nel constatare che l’elemento del giallo è solo una delle tante componenti del film.    Sin dall’inizio s’innesca un gioco sottile tra protagonista e spettatore che nega a quest’ultimo ,almeno fino ai tre quarti della pellicola, la conoscenza dei fatti e la profonda comprensione del personaggio e del suo vissuto.

Il film resta tuttavia anche una commedia che talvolta assume toni più drammatici parlando della vita come della morte, di amicizia e di amore.

La tranquilla monotonia che scandisce la vita di Titta , fatta di rituali reiterati nel tempo (si droga ogni mercoledì alla stessa ora, e si sottopone al lavaggio del sangue ogni sei mesi) verrà spezzata dall’incontro e dall’interazione emozionale con la cameriera dell’albergo (Olivia Magnani) che lo metterà di fronte a quelle conseguenze dell’amore di cui parla il titolo.

I punti di forza del lavoro di Sorrentino sono senza dubbio la sceneggiatura originale e intrigante e l’interpretazione di Servillo che veste alla perfezione i panni del protagonista. Se da una parte, infatti, il personaggio di Titta è opera autografa del regista e prende spunto da un uomo che Sorrentino ha veramente incontrato in un albergo di San Paolo del Brasile, dall’altra è Toni Servillo che conferisce forza e credibilità al personaggio di Titta portando sulla scena le occhiate disinteressate seppur scrutatrici tipici dell’indifferenza, i movimenti ripetitivi e sistematici suggeriti da un “non luogo” (come può essere un albergo), l’ambiguità dei desideri e il congelamento dell’immaginazione propri della solitudine, un’ironia quasi britannica miscelata ad una sorta di autocommiserazione.

Tutto è incentrato sulla sublimazione del silenzio, che regala agli sguardi un’intensità ed un’eloquenza uniche. Il tutto posto in vigoroso contrasto con una colonna sonora ad alto volume, graffiante, invasiva ed altrettanto penetrante.

Di Girolamo non è un povero di spirito e quindi è destinato a non sopravvivere, così lo definirebbe Bergman.

L’anima del protagonista superficialmente appare rassegnata e fredda, ma si rivelerà , nel corso della pellicola, connotata da una forza intelligente, buona, calda, sensibile e altruista.

Di Girolamo non è un povero di spirito, perché fa del suo pensiero e della sua interiorità uno stile di vita, crede che la verità sia nei puntini di sospensione e non nei punti esclamativi, è convinto che “quando l’uomo si affiderà completamente alle macchine sarà la fine”.

Il film pecca probabilmente di una rappresentazione un po’ stereotipata della Mafia.

La cifra stilistica che delinea la personalità dei protagonisti di Sorrentino è ormai ben riconoscibile. Titta vive la sua vita apparentemente superficiale, guardandola scorrere dall’esterno, per non affrontare il suo inconfessabile segreto. Alla fine quindi il suo rimettersi in gioco non può che declinare in un epilogo funesto. Egli veste i panni dell’eroe venendo murato vivo nella sua “ribellione” come Antigone , pur non possedendo la moralità dello splendido personaggio di Sofocle. Analogamente Geppy della “grande bellezza”, che si muove nelle atmosfere rarefatte ed oniriche di ispirazione felliniana, si rifugia nella mondanità evitando ogni altra azione concreta , esibendo una superficialità costruita sulla determinazione ad evitare ogni domanda esistenziale.

 

La tecnica è pregevole. Ci sono forse troppi movimenti di camera ma la loro forte personalità li rende originali. La soggettiva delle inquadrature che si alterna tra “noi” e Di Girolamo consente e rimarca che il messaggio e la vita del film non ristagnino all’interno del film stesso, ma acquistino una terza dimensione, quella girata soggettivamente dallo spettatore.

 

Ci sono molti primissimi piani che si discostano talvolta dalla loro funzionalità e movimenti di camera troppo “artistici” nel complesso. Punti di vista come quello dalla telecamera nel corridoio dell’albergo che testimoniano una voluta non-semplicità per Sorrentino forse, quasi sempre, indispensabile.

Si nota anche uno sforzo nel rendere lo stile al servizio del soggetto, come nel caso delle inquadrature dal basso verso l’alto ai tipi di Cosa Nostra, effettuate in modo da farli sembrar schiacciati dal soffitto.

Il montaggio nella scena che accompagna il nostro dal suo albergo alla banca è molto buono, come tutto il montaggio in generale, irrequieto e netto allo stesso modo della personalità del protagonista.

La regia di Sorrentino: brani di interviste.

“Mi sono avvicinato da spettatore, e poi ho pensato che il cinema fosse un’attività che richiedeva solo un buon dilettantismo per cominciare, e dunque mi è sembrata una cosa possibile per me. Voglio dire che per iniziare a fare cinema non occorre essere dotati preliminarmente di una grande tecnica, come ad esempio per suonare la chitarra o per dipingere o fare una scultura.”

“il primo film si fa sempre un po’ da incoscienti, ed io ero assolutamente impreparato. In realtà, in precedenza avevo già fatto un cortometraggio, d’accordo con il mio produttore che voleva farmi prendere un po’ di dimestichezza con il lavoro del set, ma il lungometraggio è tutta un’altra cosa. La difficoltà maggiore sta nella lunghezza del lavoro, e dunque nella capacità di riuscire a stare sul set per sette-otto settimane con la stessa concentrazione e lucidità. E’ una grande prova di nervi.  Truffaut diceva che il regista è quello che ha la capacità di tenere tutto unito, e aveva perfettamente ragione.  Da questo punto di vista il mio primo cortometraggio era stato una palestra molto relativa perché aveva richiesto solo cinque giorni di riprese”.

“Sono stato influenzato sicuramente da Antonio Capuano, con cui ho collaborato scrivendo la sceneggiatura di qualche suo film. Mi ha influenzato soprattutto sul versante della scrittura, ad esempio ho fatto mia la sua idea di dare sempre una parvenza romanzesca alle storie, di arricchirle con delle idee letterarie. E’ una cosa piuttosto particolare perché a volte le sceneggiature sono invece solo dei canovacci tecnici che servono come guida per le riprese. Per quanto riguarda invece lo stile, la ricerca di una forma, credo di essere piuttosto autonomo.  Più in generale, mi sento influenzato solo da Fellini e Scorsese, per la loro visionarietà ma anche per la loro ironia. Ad esempio, il vero rappresentante della commedia all’italiana io credo che sia Fellini, i suoi film mi hanno sempre fatto ridere di più di quelli di Risi o Monicelli. Anche Scorsese ha delle intuizioni ironiche molto belle.”

“A costo di essere deludente, dico che io prendo il cinema molto più alla leggera. Il cinema, come ho detto, mi dà l’idea di un rifugio per chi non sa fare nulla, anche se in realtà poi uno le cose deve saperle fare eccome, ma è certamente una cosa molto divertente, un grande gioco e come tale va vissuto. Quindi, per quanto mi riguarda, un anno ho giocato con un calciatore e un cantante, un altro anno con la mafia, poi con l’usuraio, poi ancora con la politica, ma sempre un gioco è stato. Importante è trovare una cosa che sia in grado di farti divertire per uno o due anni, perché questo è l’arco di tempo necessario a realizzare un film, tra preparazione, sceneggiatura, riprese, montaggio e così via. Il divertimento per sua natura è legato all’estemporaneità, mentre il cinema è programmazione, ha una sua rigidità. Per questo è difficile riuscire a trovare una cosa che ti ossessioni e diverta insieme.”

“Nella realizzazione di un film qual è la parte che ti appassiona di più?”

“Certamente la scrittura, per tante ragioni. Mi piace perché è un lavoro che posso fare da solo, e quindi è piuttosto congeniale alla mia indole. Poi nella fase della sceneggiatura non esistono limiti, puoi davvero inventare situazioni e personaggi abbastanza liberamente.  Le costrizioni, le rinunce, semmai verranno dopo. Infine il lavoro di sceneggiatura è stato quello che ho cominciato a fare quando mi sono avvicinato al cinema.”

“Quando scrivi vedi già le immagini che devi realizzare, hai un’idea precisa delle riprese da effettuare?”

“Sì, assolutamente. Il regista cinematografico nel suo lavoro fa molte cose che sono comuni ad altri artisti, ad esempio sceglie e dirige gli attori ma questo lo fanno anche i registi di teatro, sceglie la musica ma questo lo fanno già i dee-jay, l’unica cosa che fa soltanto lui è di vedere delle immagini quando ancora non esistono, la loro sequenza, il loro ritmo.”

“Io non ho mai vissuto questa cosa dell’ispirazione improvvisa e fulminante che indica al regista di fare un film piuttosto che un altro. Come ho detto prima, poiché devo stare per due anni alle prese dello stesso soggetto mi lascio guidare dalle cose che più si affollano nella mia mente in un certo periodo. Se un pensiero ritorna di continuo, magari con delle varianti, allora vuol dire che forse quell’idea ha la dignità di diventare un film. Ad esempio, prima di iniziare l’ultimo film, Andreotti era una delle tante idee che mi frullavano in testa, però mi accorgevo che ogni volta mi trovavo in una libreria finivo per guardare nel settore dei libri di politica, e cercavo quelli che parlavano di Andreotti. Allora ho capito che quell’idea aveva uno spessore.”

Paolo Sorrentino, tornando a parlare di ciò che sa fare meglio, ovvero cinema, spiega come per lui il film migliore resti ancora oggi: “C’era una volta in America.” E gli altri? “La dolce vita, Otto e mezzo, Roma, Amarcord.”

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