Il libro della vita

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Titolo originale: Book of life
Paese di produzione: USA
Anno: 2014
Regia: Jorge R. Gutierrez
Soggetto: Jorge R. Gutierrez, Douglas Langdale
Sceneggiatura: Jorge R. Gutierrez, Douglas

cercare la felicità con il coraggio di rimanere se stessi

Il libro della vita (The Book of Life) è un film americano del 2014, realizzato con la tecnica del 3D dalla Reel FX Creative Studios e distribuito dalla 20th Century Fox. Co-scritto e diretto da Jorge Gutierrez, è stato prodotto da Aaeon Berger, Brad Booker, Guillermo del Toro e Carina Schulze ed è stato nominato per il Golden Globe nella categoria Best Animated Feature Film. Il film è stato distribuito nei cinema americani a partire dal 17 ottobre 2014 e in Italia è sbarcato solo il 28 maggio 2015.

Trama: Il libro della vita è il viaggio che intraprenderà Manolo, un giovane uomo costretto a scegliere tra le aspettative della sua famiglia o il proprio cuore. Prima di scegliere quale strada prendere, si lascerà trasportare in un’avventura che coinvolge tre mondi fantastici nei quali dovrà affrontare le proprie paure. Il libro della vita, racconta infatti la leggenda di un eroe in conflitto, un sognatore che si mette in viaggio per un’epica ricerca attraverso un mondo magico, mitico e sorprendente allo scopo di riunirsi al suo unico e solo amore, la bellissima Maria, e di difendere al tempo stesso il suo villaggio.

Chi ricorda la scena che apre uno degli ultimi film dell’agente britannico 007? E’ la parata del Giorno dei Morti in Messico. Su di essa ha scommesso anche Jorge Gutierrez, già pluripremiato come animatore per la serie El Tigre (va in onda sulla rete Nickelodeon), nel suo primo film come regista. Rappresenta un Messico fantastico e visionario, in una storia non originalissima, ma imbastita di un buon livello tecnico, di parecchie citazioni, di colori superlativi e di folclore che fa mandare giù come un bicchiere d’acqua anche la trama di un Romeo e Giulietta latinoamericani. Non sorprende trovare Guillermo del Toro (come regista: Il labirinto del fauno(Oscar), La spina del Diavolo, Hellboy, Blade II…) come produttore, pure lui messicano in cerca di voci nuove da promuovere nel panorama del fantasy. Si ritrovano anche nel “Libro della Vita” gli elementi per i quali lui stesso dice di avere una sorta di feticismo: gli insetti, i meccanismi ad orologeria, i mostri, i luoghi oscuri.
Lo stesso Del Toro ha spiegato cosa lo ha spinto a sostenere questo progetto:
“Venne da me con questa scatola piena di teschi e fiori e mi chiese se potevo aiutarlo a produrre il film. …prima di tutto, è grasso, e questo per me è un elemento positivo quando devo prendere una decisione su qualcuno. …Inoltre sono rimasto impressionato dalle immagini che mi ha proposto. …La terza cosa che trovo importante è vedere qualcuno con una visione. Jorge è un visionario, lui è il suo film, è in grado di navigare dentro il suo mondo. …inoltre, Jorge è Messicano. Ha un legame importantissimo con il Messico, vedere quello che mi aveva proposto mi ha fatto provare moltissima nostalgia”.

Invece Jorge Gutierrez caratterizza così il suo film: “Sono storie che vengono dalla mia famiglia, alcuni elementi sono stati migliorati per il film ovviamente, perché come mi diceva sempre mio nonno Luis quando avevo cinque anni: “Non lasciare mai che la verità prevalga su una bella storia!”  Stilisticamente il film è ispirato all’arte popolare messicana, e quella dell’America Latina in generale. Il motivo per cui amo questo tipo di arte, e in generale le cose che sono fatte a mano, è il fatto che è arte fatta dalla gente per la gente, e incentrata sulla gente. È un riflesso di ciò che siamo. Il film è una lettera d’amore a questo tipo di arte”.

Già dalla prima scena, infatti, i personaggi sembrano scolpiti a mano, non in CGI, e sono ricchissimi di dettagli. La resa estetica è accattivante e si rifà allo stile grafico dei maya e degli aztechi. I personaggi sono raffigurati come pupazzi di legno viventi, alcuni dei quali più deformi e grotteschi. Tutto è dettagliato e decorato minuziosamente con colori variopinti.

Il film ricorda i precedenti film di animazione, soprattutto “La sposa cadavere” di Tim Burton, anche se lui ha lavorato in animazione in stop-motion, mentre il film di Gutierrez è invece realizzato in animazione CG e 3D ad opera della Reel FX, studio texano al secondo lungometraggio per il grande schermo dopo Free Birds – Tacchini in fuga. Niente è lasciato al caso: sontuosi scenari e una ricchezza e una cura dei dettagli a dir poco impressionante. Nella pellicola spicca il forte contrasto tra il mondo terreno e quello dell’aldilà, un mondo chiassoso e fantastico. Qui abitano i familiari di Manolo, famosi matador ed eroine molto sopra le righe ma pronti ad aiutare il ragazzo nel momento del bisogno. Burton stesso aveva mostrato questo contrasto, ma mentre in Burton erano predominanti i toni dark e gotici, nella pellicola di Gutierrez sbocciano colori ovunque tipici sfondo del folkore messicano dove Los Dias de los Muertos è visto come una vera e propria festa gioiosa. Se per La sposa cadavere, Tim Burton si era ispirato ad un racconto del folklore ebreo-russo, per Il Libro della vita l’idea è radicata nel culto precolombiano degli antenati defunti da compiacere, nella credenza che l’alternanza tra vita e morte funga da garanzia dell’ordine cosmico e dunque nella facilità di immaginazione di un canale di comunicazione costantemente aperto tra le due sponde.

Soccorrono la storia anche una buona dose di richiami letterari e cinematografici: dal citato Tim Burton all’Iliade, con Maria al posto di Elena e lo zampino di Xibalba in luogo di Afrodite, e poi Romeo e Giulietta, Dragontrainer (Manolo non vuole uccidere i tori, come Ichab non voleva cacciare i draghi, e per questo perdono entrambi la stima del padre), Inkheart, Le 5 leggende (il fabbricante di candele sembra uscito direttamente dal film DreamWorks).

Il tutto è condito dalla bella colonna sonora curata da Gustavo Santaolalla e Paul Williams, che hanno riarrangiato famose canzoni pop appositamente per il film. Sentiamo Manolo intonare “I will wait” dei Mumford & Sons o “No matter where you are” degli Us The Duo senza contare un ospite illustre quale il baritono e tenore Plácido Domingo che ci fa gustare “Cielito lindo”. Sono poi presenti brani dei 30 Seconds to Mars, di Elvis Presley, Rod Stuart, dei Radiohead e canzoni originali scritte da Williams. Nella versione originale, un cast di voci impressionante: Diego Luna (il sensibile Manolo), Channing Tatum (il roccioso Joaquim), Zoe Saldana (la splendida Maria), Ice Cube (l’esilarante demiurgo), Ron Perlman (il macabro Xibalba) e Danny Trejo (il nonno di Manolo).

È un film indirizzato a famiglie e bambini: il messaggio riferito alla memoria dei nostri cari defunti affinché non vengano dimenticati, l’idea di perseguire i propri sogni e costruire il proprio destino a cui si aggiungono un’ideale romantico e l’utilizzo della morte come inno alla vita e all’amore.

Fonti:
Wikipedia; Comingsoon; Mymoovies; Pietro Ferraro: Il libro della vita. Recensione in anteprima, 27 maggio 2015; Stefano dell’Unto: Il libro della vita – Recensione; Andrea Francesco Berni: Il Libro della Vita: Badtaste.it alla presentazione, 12 ottobre 2014; Acalia Fenders: Il libro della vita: ti va di scommettere?

Klaudia Bumci

Può essere il giorno dedicato ai cari defunti un giorno di gioia, allegria e una festa colorata?

Ebbene sì. Può esserlo, se ci riferiamo alla coloratissima e gioiosa Dia de los muertos messicana. Ogni anno, fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, in tutte le regioni messicane, da nord a sud, i piccoli villaggi e le grandi metropoli come Città del Messico, si riempiono di altari con offerte e cibo. Non c’è gusto macabro e tristezza, ma ironia e divertimento: per le strade, bambini, giovani e adulti si truccano il viso e si mascherano come calacas, gli scheletri colorati che danzano festosamente, coinvolgendo nelle parate anche i turisti. Per comprendere meglio questa credenza della cultura indigena (una delle poche sopravvissute alla colonizzazione spagnola), basta sapere che per i messicani la morte è considerata un passaggio gioioso. Non si può paragonare questa festività ad Halloween, perché non ci sono né sangue né ragnatele, niente zucche o streghe dalla provenienza celtica, e nemmeno la si può accostare alla commemorazione – decisamente più triste – dei morti nella religione cattolica. Anche se croci e pani benedetti si mescolano a sfilate in maschera, tra sacro e profano. Si organizzano anche dei concorsi in cui si sceglie il costume che meglio rappresenta La Catrina, la più celebre rappresentazione di “Su Majestad La Muerte”, creata dall’immaginazione e dal senso dell’umorismo del grande incisore messicano José Guadalupe Posada. Si tratta di una particolare rappresentazione della calavera, ossia del teschio messicano tipico della festa dei morti. Jose Guadalupe Posada disegnò per la prima volta in modo ironico una calavera con il cappello sfarzoso della ricca aristocrazia. All’inizio questi teschi nella tradizione messicana erano dei dolci molto colorati che poi sono diventati oggetto simbolo del Messico. Ecco perché durante le festività del Dia de los Muertos ci si trucca da calavera.

Catrina

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Per gli antichi mesoamericanila morte non aveva le connotazioni morali della religione cattolica, nella quale le idee di inferno e paradiso servono per punire o premiare. Al contrario, essi credevano che le rotte destinate alle anime dei morti fossero determinate dal tipo di trapasso e non causate dal loro comportamento in vita.

Le direzioni che potrebbero prendere i morti sono:
Il Tlalocan o paradiso di Tláloc, dio della pioggia. In questo luogo si dirigevano quelli che morivano in circostanze relazionate all’acqua: per annegamento, coloro che morivano per malattie come l’edema, la scabbia o le pustole, così come i bambini sacrificati al dio. Il Tlalocan era un posto di riposo e di abbondanza. Benché i morti fossero generalmente cremati, i predestinati a Tláloc erano sepolti, come i semi, per germinare.

L’Omeyocan, paradiso del sole, presieduto dal dio della Guerra (Huitzilopochtli). In questo posto arrivavano solo i morti in combattimento, i prigionieri sacrificati e le donne che morivano durante il parto. Queste donne erano comparate ai guerrieri, poiché avevano simbolicamente compiuto una battaglia, e venivano seppellite nel patio del palazzo, affinché accompagnassero il sole dallo zenit al tramonto. Queste donne diventavano idealmente le compagne del sole. L’Omeyocan era un posto di godimento permanente, nel quale si festeggiava il sole accompagnati con musica, canti e balli. I morti che andavano all’Omeyocan, dopo quattro anni tornavano al mondo, convertiti in uccelli di piume multicolori.

Il Mictlán, era destinato alle morti naturali. Questo posto era abitato dal signore e signora della morte (Mictlantecuhtli e Mictacacíhuati). La strada per arrivare al Mictlán era tortuosa e difficile, poiché per arrivare a lui, le anime dovevano transitare in posti differenti per quattro anni. Dopo questo periodo di transizione, le anime arrivavano in luogo ameno e tranquillo dove riposavano (Chicunamictlán). Un aiuto al superamento del percorso veniva offerto da un cane sepolto con il defunto, che avrebbe aiutato l’uomo ad attraversare un fiume fino ad arrivare davanti al Signore della morte. Il defunto portava in offerta al dio fagotti di fiaccole e canne di profumo, cotone, fili colorati e coperte. Chi arrivava al Mictlán riceveva in dono quattro frecce e quattro fiaccole legate con filo di cotone.

I bambini morti arrivavano in un luogo speciale, chiamato Chichihuacuauhco, dove si trovava un albero dai cui rami gocciolava latte. I bambini sarebbero rimasti in questo luogo fino alla fine della razza umana, e successivamente rimandati sulla terra per ripopolarla.

I funerali precolombiani erano accompagnati da offerte che contenevano due tipi di oggetti: quelli che, in vita, erano stati utilizzati dal defunto e quelli che avrebbero potuto servirgli nel suo transito all’altro mondo. Per questo l’oggettistica funeraria era molto variegata: strumenti musicali di fango, ocarine, flauti e sonagli a forma di teschi, sculture che rappresentavano gli dei della morte, crani di diversi materiali (pietra) giada, vetro, bracieri, incensieri ed urne.

Quando gli spagnoli arrivarono in America nel XVI secolo fusero i propri riti a quelli degli indigeni locali, dando luogo ad un sincretismo che mescolò tradizioni europee e precolombiane. Facendo coincidere il giorno di tutti i Santi con la festa mesoamericana si creò il Giorno dei Morti.

Il Film “Il Libro della Vita” fonde in maniera leggera e mirabile tutte queste tradizioni popolari, facendone un affresco pittoresco e disincantato delle stesse, tanto da produrre, nello spettatore occidentale intriso di schematismi religiosi, un forte senso di sbigottimento e ammirazione.
Fonti:
http://viaggi.corriere.it/viaggi/eventi-news/dia-de-los-muertos-la-festa-dei-morti-in-messico/
Wikipedia: voci varie

Massimo Martucci

Il Libro della Vita – Morale

Il tema portante del film è cercare la felicità con il coraggio di rimanere se stessi a dispetto delle aspettative altrui ma è anche una parabola animalista che prende posizione contro le corride. Sdrammatizza inoltre l’idea della morte con la giusta leggerezza. C’è tutto. La storia d’amore, personaggi memorabili, azione, spettacolo visivo e qualche risata, invitando a un approccio meno doloroso e velato di tristezza nei confronti dell’”Oscura Signora”, e a lottare per il proprio amore al di là del tempo e dello spazio.
E’ un modo straordinario di parlare della Morte attraverso la vita, attraverso i colori e la festa, ma è anche un modo per dire che la Morte non è una cosa brutta. Il giorno della festa puoi ritrovarti vicino ai tuoi cari e divertirti con loro senza sentirne più la mancanza come facevi quando erano in vita.
Il grande insegnamento del film è che occorre inseguire sempre i propri sogni, l’amore e tutte le cose che rendono felici.
La felicità quindi è il cercare di raggiungere i propri obiettivi con tutta l’anima e infine poterli raggiungere. Ma è anche avere il coraggio di rinunciare a volte a qualcosa o ad un sogno per dei valori ancora più alti, come l’amicizia e la lealtà.

Desiree Martucci

 

 

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