Riflettendo su due recenti film: “Io Daniel Blake” e “Snowden”

io-daniel-blake

Titolo originale: I, Daniel Blake
Paese di produzione: Francia, Gran Bretagna
Anno: 2016
Regia: Ken Loach

snowdenTitolo originale: Snowden
Paese di produzione: USA, Germania
Anno: 2016
Regia: Oliver Stone

Che cosa accomuna due film come “Io Daniel Blake” e “Snowden” di due registi (Ken Loach e Oliver Stone), senz’altro impegnati, ma diversi tra di loro? Le realtà sociali descritte dai due film sono radicalmente distanti: proletaria e inglese la prima, ambiziosa e elitaria la seconda. Eppure, i due film possono essere benissimo associati, non certo per la narrazione e lo stile, ma per un quadro generale del mondo e del momento storico nel quale ci troviamo tutti, nessuno escluso. L’impressione generale, dopo aver visto i due film, si traduce in un’accresciuta coscienza di vivere in un ordine mondiale profondamente spersonalizzato e controllato, nel quale la persona umana perde ogni valore per divenire funzionale al sistema, sia esso economico o strategico. I due film possono essere criticati e, probabilmente, non mancano di alcuni limiti, soprattutto Snowden che scivola tra l’esaltazione dell’eroe e la denuncia politica, ma rappresentano certamente la possibilità che il cinema, al pari della letteratura o di altre forme espressive, racchiude come potenziale critico e invito alla riflessione. “Io Daniel Blake” è il lacerante urlo del disagio sociale accentuato dall’automatizzarsi crescente dei procedimenti burocratici che esaspera la distanza tra il problema e la soluzione in favore di una standardizzazione, nella quale l’individuo non ha alcuna voce per fa valere i suoi diritti e, ridotto all’impotenza, si misura con l’oppressione del sistema. “Snowden” è la denuncia di un mondo posto sotto il controllo, che viola continuamente l’intimità personale per esercitare il proprio potere per fini che non sono proprio quelli del bene comune. Entrambi i film sono carichi di disillusione: la disillusione dell’Inghilterra, terra dei diritti e del miracolo finanziario, e la disillusione degli Stati Uniti, inclusi quelli del presidente Obama, sostenitori della democrazia e garanti della pace mondiale. Il volto nascosto, che i due film cercano di mostrare, è l’attuale organizzazione globale che con le sue strutture economiche, finanziarie, politiche e giuridiche origina un complesso e minuzioso meccanismo stritolante, nel quale il grande assente è l’uomo, il singolo uomo con la sua nuda e povera corporeità. In un ordine di questo tipo il thanatos è ovunque: nel rifiuto dell’ascolto; nel premere il pulsante delle bombe caricate sul drone per colpire un individuo visto in un monitor posto a centinaia di kilometri di distanza; nella violazione, che è violenza, delle sfere più intime delle vite delle persone. Tutto appare organizzato senza che nulla sia tralasciato, senza che il più piccolo ruolo possa essere improvvisato o deciso sul momento. È il trionfo della più particolareggiata pianificazione che sembra animare un gioco. Un gioco, però, che a ben vedere è molto pericoloso per diverse ragioni: perché crea vittime, tantissime vittime; perché è globale e non lascia spazio per un rifugio sicuro; perché coinvolge tutti, compresi me e voi, senza saperlo; perché è pervasivo e persuasivo senza alcuna possibilità di replica e di ricerca collettiva della verità e della via di sviluppo o di soluzione da intraprendere. Una delle formulazioni kantiane dell’imperativo categorico recita in questo modo: “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. In questo senso, l’attuale corso del mondo è immorale e disumano. Forse, in una prospettiva hegeliana si può ribattere che il corso del mondo non potrà essere fermato perché è destinato a fare il suo percorso senza che ci sia un dover essere da realizzare, il cui imperativo appare se non illusorio, senz’altro privo di consistenza storica. Può darsi. Un dato, però, è certo: si dovrà essere disposti ad accettare in ogni caso le conseguenze delle scelte compiute e queste, nell’attuale scenario tecnologico e morale, potrebbero essere davvero senza alcuna speranza.

Graziano Perillo

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