Robert Bresson, ovvero le leggi segrete della vita.

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In Note sul cinematografo Robert Bresson scrive: «Non si deve rappresentare la vita con la copiatura fotografica della vita, ma con le leggi segrete in mezzo alle quali si sentono muovere i tuoi modelli». Il cinema di Bresson è, di fatto, una continua ricerca, scandita dai modelli/personaggi dei suoi film, per rappresentare le leggi segrete della vita. Ne nasce così una profonda meditazione sull’uomo dalle forti coloriture pessimistiche e religiose. Se si volesse accostare un nome di un filosofo a Bresson, sicuramente il più appropriato sarebbe Blaise Pascal, non perché Bresson abbia cercato di tradurre consapevolmente il pensiero di Pascal in film, tutt’altro se si considerano le fonti letterarie alle quali si richiama – Diderot, Tolstoj, Dostoevskij, Bernanos –, ma perché come Pascal, e prima ancora Agostino d’Ippona, Bresson è drammaticamente interpellato dalla miseria umana con tutto il carico di distruttività e disperazione che porta con sé, una condizione alla quale soltanto la fede e la grazia possono dare un senso. La meditazione sulla condizione umana prende in tal modo la forma di una rappresentazione del conflitto tra bene e male, o meglio delle possibilità di salvezza della vita o di perdizione con la morte, dietro alle quali si annidano le più profonde possibilità della speranza della trascendenza, o del ripiegamento sulla violenza del mondo e delle passioni. La speranza configura così una forma di “ottimismo tragico”, per usare la felice espressione di Mounier, e rappresenta il nucleo stesso della fede, la cui traduzione attiva si concretizza nell’amore verso l’altro, oppure verso Dio. Il mancato riconoscimento dell’amore, anche quello sofferto, genera invece la spirale dello smarrimento e della violenza: l’etilismo, il furto, l’omicidio. L’uomo bressoniano non ha alcuna scelta che non sia tra il bene e il male, non ha alcuna possibilità di riconoscere un’azione morale legittimata da un valore arbitrariamente riconosciuto, perché ogni scelta è già determinata tra due possibilità estreme, il bene e il male, tra le quali si danno le occasioni, spesso inattese, di realizzare o l’una o l’altra possibilità.

Bresson ama moltissimo Dostoevskij, come Woody Allen, ma a differenza di quest’ultimo che accoglie l’interpretazione nietzschiana del romanziere russo per risolvere la questione del bene e del male in senso nichilistico, Bresson trova nella fede la risposta al male. Il male è lì a troneggiare e a vincere con la forza distruttiva della quale è carico e con il peso della morte che porta con sé. Ma che cos’è il male? Esiste per davvero? A queste domande, apparentemente insensate ma pienamente legittime, il cinema filosofico di Bresson cerca di dare una risposta, poco trionfalistica: il male è la perdita dell’originaria innocenza ed è, quindi, colpa, peccato. Il male è l’accanimento privo di senso e del tutto gratuito a infliggere sofferenze al mite e all’innocente, è la furia omicida che può impadronirsi all’improvviso per ottenere un po’ di denaro, è la passione amorosa che rende ciechi e spinge alla guerra, è la falsificazione della verità per condannare un innocente e ottenere un vantaggio politico. Il male è ovunque, domina nella storia e alberga nel cuore degli uomini senza una ragione precisa se non per conseguire vantaggi, piccoli o grandi che siano. Anzi, Bresson è qui estremamente chiaro, soprattutto nel film più significativo su questo punto, L’Argent, nel quale il personaggio principale Yvon scivola dall’innocenza alla colpa fino a diventare omicida per ricavare pochi spiccioli. Ma il male è a volte anche la scelta necessaria per ottenere una salvezza  come avviene al tenete Fontaine in Un condannato a morte è fuggito costretto a uccidere una guardia nazista per ottenere la fuga salvifica.

Al male si oppone il bene, la cui realizzazione non è nel potere degli uomini, ma è inattesa grazia divina che l’uomo è chiamato a cogliere. In questo senso, due film sono estremamente significativi: La conversa di Belfort e Un condannato a morte è fuggito. Nel primo film la grazia agisce improvvisamente, senza che la conversa Anne-Marie, la quale aveva tentato in tutti i modi di alleviare Therese dalle pene interiori che l’affliggevano, possa vedere il risultato della sua azione caritatevole, perché soltanto la sua morte spingerà Therese a redimersi e a consegnarsi alla polizia; nel secondo film, centrale risulta essere la citazione dell’episodio di Nicodemo del Vangelo secondo Giovanni – nel quale a Nicodemo che chiede «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gesù risponde «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va » – che costituisce il senso della storia del tenente Fontaine che alla domanda sul perché l’amico con il quale progettava la fuga è stato catturato e fucilato, si sente rispondere che ciò è avvenuto affinché lui stesso riuscisse. «Il vento soffia dove vuole»: la grazia arriva inattesa, come per esempio in un incontro che può cambiare la vita. Il tenente Fontaine dovrà fidarsi di un imprevisto compagno di cella e fuggire con lui. Scoprirà che senza l’aiuto di quest’ultimo non avrebbe mai potuto realizzare la sua fuga.

L’inatteso dunque è occasione di salvezza. Bresson lo esprime con un’accurata scelta cinematografica, con la preferenza per la quasi totale assenza del recitato e per i minimali toni emotivi dell’attore in modo che l’attesa della coincidenza imprevedibile si mostri nell’abbandono del personaggio all’evento. Nell’evento si può cogliere, infatti, l’insondabile e nascosto segno che invita all’accoglienza dell’amore e del bene, il cui mancato riconoscimento trasforma la storia in destino, e rende l’invito a trascendere in chiusura, la gratuità e l’amore in disperazione e orgoglio. L’accoglienza della grazie rende così l’uomo disposto alla speranza e alla vita, desideroso della libertà, mentre l’uomo riverso sul proprio egoismo, si scopre prigioniero del rancore e della solitudine interiore.

Per Bresson sono, dunque, gli eventi a formare la storia degli uomini e sono le risposte che si danno a questi eventi, tessuti di incontri e di quotidianità, a costituire il senso stesso del propria storia. Non c’è alcun determinismo nel darsi degli eventi, ma soltanto la possibilità di riconoscere in essi la grazia o l’assoluto nulla, la presenza o l’assenza di Dio, l’apertura o la chiusura all’amore.

Graziano Perillo

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