E se il nostro mondo non fosse il migliore dei mondi possibili?

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Titolo: Dio esiste e vive a Bruxelles

Paese: Belgio, Francia, Lussemburgo

Anno: 2015

Regista: Jaco Van Dormael

 

 

Dio esiste e vive a Bruxelles è una commedia simpatica costruita per trascorrere un paio di ore piacevoli con tocchi di originalità che invitano a interrogarsi sulle grandi questioni metafisiche. Nella tradizione pittorica occidentale siamo abituati a vedere dipinto Dio come un uomo barbuto, imponente e severo, ma privo di aggressività e violenza: una figura nobile, ripresa dall’antica statuaria di Zeus olimpo. Per averne un’idea si può ricordare la rappresentazione di Dio fatta da Michelangelo negli affreschi della Cappella Sistina. A questa immagine di Dio si univa una concezione metafisica secondo la quale la divinità era sinonimo di perfezione. Molte delle cosiddette prove dell’esistenza di Dio facevano leva su quest’idea: se Dio è perfetto non gli può mancare l’esistenza, che è un predicato di perfezione, ma poiché noi possiamo pensare un essere perfetto, allora esso deve esistere realmente. E’, in breve e in forma semplificata, la dimostrazione data dal famoso argomento ontologico proposto per primo da Anselmo d’Aosta, successivamente rivisitato  da altri autori tra  i quali primeggia Cartesio. Congiunta a questa convinzione ce n’era un’altra che caratterizza la visione cristiana del mondo: la creazione, in quanto prodotta da Dio, è necessariamente buona. In epoca moderna Leibniz inserisce questa convinzione in una prospettiva che definisce teodicea, ossia un discorso filosofico destinato a giustificare Dio dall’essere l’autore del male: se Dio esiste, da dove proviene il male? La risposta fortemente ottimistica di Leibniz è famosa: noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, perché Dio tra i tanti possibili mondi non poteva scegliere che il migliore. Non sono mancate ironie su questa dottrina come quella di Voltaire nel Candido e sul suo precettore, il “grande filosofo” Pangloss.

Ma che cosa si dovrebbe pensare del nostro mondo, se a produrlo sia stato un funesto demiurgo, come sostiene Cioran?   Se, in realtà, il mondo più che un atto di bontà sia il frutto di un capriccio, analogo a quello degli dei omerici? Aspettarsi delle risposte a queste domande dal film di Jaco Van Dormael è un’eccessiva pretesa, tuttavia l’ironia che aleggia nel racconto, il ritroso percorso verso il passato dei personaggi, il rievocare più o meno esplicitamente tradizioni religiose, filosofiche, psicologiche, rendono il film per alcuni versi interessante.

In Dio esiste e vive a Bruxelles Dio non è il barbuto e imponente uomo, dalla muscolatura possente con il volto giovanile e i capelli bianchi, ma è un prepotente e capriccioso ometto, con pancetta da sedentario, tutto birra e divano che per non annoiarsi crea il mondo da un terminale, divertendosi a imporre agli uomini le più penose leggi e disgrazie. Dio vive con la moglie accondiscendente e servizievole, e la figlia Ea alle soglie dell’adolescenza, ribelle alle angherie del padre, come lo era stato il primo figlio JC (Jesus Christ) duemila anni prima. Il film potrebbe sembrare dissacrante, ma in realtà non lo è. Descrive, invece, sotto la forma della fiaba, a tratti quasi una riscrittura di antichi miti, un mondo molto più prossimo di quanto non si voglia riconoscere. A decodificare questo mondo, per scoprire le strade della felicità sono gli occhi dell’innocenza che dopo aver ascoltato il cuore dell’uomo ne indica la musica che porta dentro.

Dimensione onirica e sguardo sull’umano sono gli ingredienti sui quali scorrono le dimensioni filosofiche, psicologiche, sociali del film. Su tutto un’unica lezione: a salvare il mondo e a renderlo migliore può essere l’amore che nasce dal coraggio di ascoltare la propria musica interiore, di superare quegli involucri che ci chiudono alla speranza e agli altri per seguire il proprio cammino, anche se questo dovesse portare fino alla calotta polare. Allora, forse, gli uomini sapranno colorare il cielo di fiori e sovvertire le normali leggi della natura.

Nel complesso il film è accettabile e si apre a molte interpretazioni. Non mancano concessioni troppo facili alla commediola per strappare sorrisi e qualche risata. Dopo un avvio dignitoso, la narrazione perde di mordente alla fine per concludere con una scena che fa sorridere, ma che impoverisce non poco l’insieme del film che pur presenta momenti di bella poesia.

Graziano Perillo

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