La passion de Jeanne d’Arc

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Titolo originale: La passion de Jeanne d’Arc
Paese di produzione: Francia
Anno: 1928
Regia: Carl Theodor Dreyer
Soggetto: Joseph Delteil
Sceneggiatura:
Interpreti principali: Renée Falconetti, Maurice Schutz, Antonin Artaud

In questi giorni il senso di smarrimento suscitato dagli ultimi attentati terroristici a Parigi solleva discussioni, riflessioni, analisi, spesso semplificate: da parte dell’uomo comune perché, probabilmente, si avverte l’esigenza di una sicurezza alla quale aggrapparsi; da parte del politico perché, molto verosimilmente, si deve raccogliere un facile consenso facendo leva sulla base di emozioni primordiali come la paura. In realtà, il fenomeno è molto complesso e difficilmente può essere compreso sullo schema del terrorismo islamico di ispirazione religiosa che aggredisce l’occidente corrotto e decadente. Allo stesso modo richiede molta cautela decifrare le azioni dei kamikaze, perché i sentimenti e le pulsioni che agiscono in un gesto estremo non sono così immediatamente identificabili alla luce di una classificazione estemporanea.

A riportarmi a questa complessità, dove si intrecciano ragioni politiche, economiche, psicologiche e, forse, religiose, è la recente visione di “La passione di Giovanna d’Arco” di Carl Theodor Dreyer, il famoso regista danese. Il film è di per sé un capolavoro non solo del cinema muto, un momento di altissima e intensa rappresentazione artistica. L’innovativa tecnica narrativa per rappresentare il processo a Giovanna con l’uso di primi e primissimi piani alternati, la forza delle 00763603scene di particolari come gli strumenti di tortura, oppure le fasi del rogo dove si alternano immagini di morte con Giovanna avvolta tra le fiamme e la croce che appare nella nebbia del fumo, quasi espressione di un simbolo di vita ridotto a simbolo di morte, crea un effetto pietrificante che spinge con forza lo spettatore a scavare nel profondo per cercare le ragioni del male.

Nel film di Dreyer, Giovanna appare sostenuta da una semplicità disarmante, ingenua. Per questa ragione Giovanna è derisa con cinismo, è tentata con malizia, è oggetto dell’aggressività dei potenti giudici, ma anche di venerazione da parte del teologo che riconosce in lei i segni della santità. Giovanna è sostenuta ugualmente da una incrollabile e autentica fede, priva delle complicazioni della teologia, che la spinge ad andare fino in fondo, a rifiutare l’abiura e a salire sul patibolo con l’angoscia del dolore ma con la certezza della propria verità. Giovanna è ferma nella convinzione di essere la figlia di Dio inviata per condurre la Francia alla vittoria contro gli inglesi: non si piega ai giudici che le chiedono di rinunciare all’abbigliamento maschile per poter accedere al sacramento, non accetta l’infamia del taglio dei capelli e del carcere a vita, e preferisce alla fine sostenere la condanna al rogo, implorando Dio di alleviarle le sofferenze.

Dall’altra parte del tribunale ci sono i teologi, sicuri del proprio sapere e arroganti nelle proprie convinzioni. Essi vogliono essere i depositari della verità, i paladini della vera fede, ma in realtà sono spinti da calcoli politici, da una fede autoritaria e priva di misericordia. Chi ricorda la figura del Grande Inquisitore ne I Fratelli Karamanzov di Dostoevkij, può avere un termine di paragone sull’impressione che suscitano i teologi inquisitori del film.

Al di là della bellezza del film, fortemente ispirato in molti fotogrammi dalle rappresentazioni dei santi della tradizione pittorica dell’arte Passione_Giovanna_1sacra, sul piano storico il processo a Giovanna d’Arco, come i tanti processi contro streghe, scienziati, filosofi o semplici uomini che desideravano vivere il vangelo secondo uno spirito più radicale e lontano dal controllo della Chiesa, dovrebbe farci riflettere su quanto difficile sia stato il percorso di emancipazione che la ragione europea ha compiuto per liberarsi da forme di intolleranza che si nascondevano, certamente dietro genuine espressioni di fede, ma soprattutto dietro il calcolo politico e gli interessi economici. E’ risaputo che la storia del cristianesimo è costellata di martiri, considerati dalla chiesa i più nobili tra i santi perché hanno avuto la grazia di testimoniare la fede con la vita. La chiesa stessa di Roma si fonda sul sangue del martirio di Pietro, esempio di codardia redenta per aver pianto dopo aver rinnegato Gesù per tre volte. In questo senso non dovrebbe sorprendere nessuno, né cristiano né laico impegnato, la forte pulsione di morte che possiamo ritrovare in uomini e donne pronte al sacrificio di sé per la conquista del paradiso o per il riscatto vendicativo di un torto subito. Certo, il martirio cristiano è testimonianza di fede che non coinvolge gli altri nella propria negazione della vita per valori percepiti come assoluti. Tuttavia, questa forma di martirio non è l’unica della tradizione occidentale: il cavaliere templare, ad esempio, guerreggiava spinto dalle esortazioni ecclesiastiche, convinto di compiere un’opera meritoria davanti a Dio, con la speranza così di conquistare il paradiso se fosse rimasto ucciso dagli infedeli. In un sermone di Bernardo di Clairvaux (considerato santo dalla chiesa cattolica) in lode della nuova cavalleria del tempio e indirizzato a Ugo cavaliere del Cristo e Maestro della Milizia del Cristo, si legge:

È senza dubbio impavido e sicuro su tutti i lati quel cavaliere che riveste il corpo della corazza di ferro, l’anima della corazza della fede […] Avanzate dunque sicuri, o cavalieri, e con animo intrepido respingete i nemici della croce del Cristo! Siate certi che né la morte né la vita potranno separarvi dall’amore di Dio che è nel Cristo Gesù, e nel momento del pericolo ripetetevi: Sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore. Quale gloria per coloro che tornano vittoriosi dal combattimento! Quanta beatitudine per coloro che cadono martiri sul campo di battaglia! Rallegrati, o forte campione, se vivi e vinci nel Signore; ma ancor più esulta e sii fiero se muori e ti riunisci a Lui! Infatti, per quanto fruttuosa sia la vostra esistenza e gloriosa la vostra vittoria, una santa morte deve essere stimata cosa ancor più alta.

Esaltazione, fanatismo, martirio: non sono dimensioni proprie soltanto dell’Islam, ma sono appartenute anche ai cristiani. Tali dimensioni assumono contorni ancor più radicali se a incendiarle sono ideologie politiche o economiche. La storia del Novecento è la più evidente dimostrazione: per interesse capitalistico gli stati europei, giusto cento anni fa, non esitavano a mandare a morire milioni di giovani, per lo più contadini, strapparti dalle braccia delle mogli o delle madri.

Dreyer, probabilmente, non aveva l’intenzione di alludere a tutto questo, quando nel 1928 girò La passione di Giovanna d’Arco. Tuttavia, la forza che sprigiona la pellicola, il senso di smarrimento sperimentato bosch2dallo spettatore alla silenziosa visione  di volti terrorizzati, disorientati, cinici, sarcastici, violenti o aggressivi, come avviene quando ci si ferma dinanzi alla Salita al Calvario di Hieromynus Bosch, sono sufficienti per allargare la riflessione sulla condizione umana e sul senso degli eventi che viviamo.

Per chi desidera vedere il film offro un link . E’ senza alcun sonoro, ma sembra che Dreyer lo avesse progettato privo dell’accompagnamento  musicale di fondo. Esistono anche versioni sottotitolate in italiano e con accompagnamento musicale.

Graziano Perillo

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