Gli ultimi saranno ultimi

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Domenica 22 novembre 2015, Lino, Maria Antonietta, Paola e io abbiamo visto Gli ultimi saranno ultimi di Massimiliano Bruno, film molto ben recensito presso i canali più diffusi della critica cinematografica. La sensazione, condivisa tra noi quattro, è invece di trovarsi di fronte a un lavoro mediocre, senza slancio e privo di profondità. Molti temi messi a nudo: l’inquinamento elettromagnetico delle antenne di radio Maria; il dramma del lavoro precario e l’ostracismo verso le donne in gravidanza; l’umanità, apparentemente autentica e vera, ma priva di risorse culturali; l’opposizione tra ricchi e poveri; il disagio psicologico del poliziotto macchiato di vigliaccheria; i pregiudizi verso i transessuali, tutto condito con un costrutto narrativo oscillante tra il neoralismo della lingua, volutamente e marcatamente romanesca, e la commedia sentimentale dai toni agrodolci. Ogni aspetto della narrazione rimane, però, superficiale, una pietanza che sa di  minestrone cotto  con la convinzione che più ingredienti ci sono e meglio è. Il film racconta la storia di Luciana che dopo molte difficoltà riesce a concepire un figlio, e del marito,  prototipo di una tipologia di persone fin troppo diffusa convinta di poter risolvere la difficoltà della vita economica con una scommessa o con un investimento fondato sul buio. Il film non vuole essere privo di una certa suspense con uno sparo che dovrebbe lasciare lo spettatore attonito, ma che risulta essere tanto prevedibile quanto  inverosimile. Non manca, neanche a dirlo, l’ovvio l’happy end.  Un finale drammatico  avrebbe, in effetti, costretto a riflettere sul serio su ciò che ci circonda, ma in giorni di crisi probabilmente ciò è vietato. Si spera di ridere, o almeno di sorridere?  Se piacciono i coretti da stadio e le battute del bar sport, forse. Se si cerca, però, una comicità più raffinata, è meglio rassegnarsi. Lontano anni luce dallo spessore di film  come ‘Ladri di biciclette’, ma anche da quelli più semplici e carichi dell’amara comicità di Alberto Sordi con le sue rappresentazioni  dell’italiano medio degli anni del dopoguerra, l’unico merito del film di Bruno è farci prendere consapevolezza di quanto basso  possa scivolare  a volte il cinema italiano. All’uscita dalla sala circolava una domanda tra di noi: come mai tutte queste critiche positive? La risposta l’abbiamo trovata ricordando i titoli di coda nei quali si ringrazia un pool di banche che hanno finanziato il film. A voi le deduzioni.
Graziano Perillo

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