Inside out

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Un film che parla a ciascuno di noi

“Quando realizziamo un film il nostro obiettivo finale è far sì che il pubblico provi emozioni”.
Pete Docter, regista di Inside out della Disney Pixar.
Ha raccontato:
“ Nel fare questo film ci siamo divertiti a leggere Freud, Jung… Certo, non è stato leggero, ma è stato molto interessare cercare di capire quello che è l’essere umano, le persone. Nessuno conosce il reale funzionamento e come funzioniamo. Per questo ci sono teorie, conflittuali a volte tra di loro. Essendo un film d’animazione abbiamo scelto quello che poteva essere più divertente rispetto a ciò che era più accurato…[…] Volevamo creare delle personalità con le loro idee, etc. Tutti noi vorremmo essere sempre felici, idem per i figli, ma non è sempre così, nella vita c’è molto altro, delusione, perdita… Ci sono delle difficoltà, problemi. Anche se cerchiamo di allontanarle, ne abbiamo bisogno. Dobbiamo necessariamente convincerci della loro presenza ed importanza.”
La storia è quella di una ragazzina che è costretta a trasferirsi con la famiglia in una nuova città. Da qui nasce una crisi. Ora, il cuore del film è rappresentato dalla trasposizione quasi fumettistica di cosa avvenga nella sua mente, dove c’è una sorta di sala di controllo con emozioni al comando. Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura si alternano in consolle, influenzando le azioni della bimba e “producendo” di conseguenza effetti che si trasformano in ricordi – poi da allocare nella memoria.
Si tratta di una rappresentazione della mente, una visione  gruppale del mondo emotivo, “Il tema del film è legato all’elogio della tristezza come forza positiva per la gioia. La vera forza di una persona infatti è la capacità di accogliere ciò che rende tristi”.
“Per crescere, per essere adatti alla vita è necessario accogliere ciò che ci rende tristi. Non ci rende più deboli. È un pregiudizio culturale quello per cui di fronte alla sofferenza bisogna essere forti. La tristezza è ciò che ci permette di entrare più contatto con gli altri, ma anche con altre parti di noi, parti non ancora esplorate e consapevoli, al fine di poter essere più in sintonia con ciò che è in noi e intorno a noi”.
Nel film, il personaggio di Gioa tenta di boicottare i ricordi tristi e il pianto, con la loro rimozione. Ma questo crea effetti collaterali, perché ad esempio la bambina dimentica l’esperienza gà fatta di poter piangere e di aver potuto fare l’esperienza di essere stata consolata.
Non bisogna rimuovere, “mettere da parte e andare avanti”, bensì potersi concedere anche le emozioni negative, pensarle, viverle come esperienze. L’essere umano può crescere solo se comprende che dall’esperienza si può apprendere. Questo è in sintonia con il messaggio della psicanalisi che non propone un potenziamento dell’Io, bensì l’essere più aperti e tentare di instaurare un dialogo anche con ciò che ci sembra una minaccia, ma che in realtà trattasi di “stati emotivi”. Se non riusciamo ad accogliere ciò che sentiamo come minaccioso dentro di noi, inevitabilmente vivremo l’esterno come minaccioso.
Ovviamente il film si affida ad artifici narrativi per semplificare le dinamiche della nostra mente, ma paiono dei compromessi accettabili.
Sembra una versione dell’essere umano un po’ cyborg con cabina di comando, dove il controllo è in mano alle emozioni. Non viene dedicato spazio alla capacità riflessiva, ma viene ben evidenziato come si può perdere la capacità di riflessione e di pensiero, qualora siamo in preda ad esperienze che hanno una connotazione traumatica…da lì nasce l’impulsività, l’incapacità di riuscire a discernere tra ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, la perdita di “MEMORIA” in un certo senso, della storia di ciò che ci ha fatto bene.
Ma in fondo rimane un messaggio positivo che sottolinea il rischio della disconnessione delle emozioni dalla persona. È l’equilibrio delle emozioni in gioco, il rapporto relazionale con gli altri, a costruire il nostro percorso adattivo. Fermo restando il fatto che ognuno di noi ha un equilibrio diverso. Un modo particolare di far funzionare il proprio “gruppo di personaggi emotivi”.
Quello che il film descrive non è in effetti un meccanismo, bensì un processo: il passaggio dalle emozioni elementari dell’infanzia a una gamma più articolata di sentimenti, dove nessuna sensazione sarà più disgiunta dal suo opposto; gioia e tristezza dovranno per forza collaborare per farci scoprire nuove parti di noi stessi e impedirci di ripetere i soliti meccanismi in maniera automatica. Si cresce e si cambia in meglio, solo se ci concediamo di cooperare con noi stessi e con gli altri.
Basta poco, però, per accorgersi che la dinamica è la stessa di un mythos in ogni senso classico. Ricordate l’auriga nel Fedro di Platone? La biga trainata da due cavalli, quello nero rappresenta l’attrazione per il mondo sensibile, quello bianco è l’aspirazione all’iperuranio, sede delle idee incorrotte. A tenere le redini è la mente o, meglio, l’anima razionale.

Ma il cartoon della Pixar rivendica la convinzione che per evitare che le emozioni prendano il sopravvento, è necessario che le emozioni vengano educate (educare lat. educĕre “trarre fuori, allevare…far crescere”).
Per crescere si cambia, appunto, e per cambiare si rinuncia a qualcosa, a volte per sempre.
A volte bisogna rinunciare alle illusioni, alla prepotente purezza delle emozioni, al tutto e subito… ma al posto di ciò subentra una nuova, affascinante e meravigliosa forma di intelligenza, basata sul negoziato continuo dentro di noi con noi stessi ( il compromesso delle emozioni tra loro e delle emozioni stesse con il pensiero razionale) e il compromesso continuo nella relazione tra noi e l’altro.
Un film che parla a ciascuno di noi.
La tristezza e la malinconia fanno parte di noi, allo stesso modo in cui ne fanno parte la felicità, la gioia, la rabbia, il disgusto, la paura, in milioni di sfumature differenti: perché è la tristezza, tanto quanto la gioia, che ci rende possibile emozionarci, piangere, innamorarci, diventare grandi, e saper riconoscere quei rari, inestimabili momenti di felicità… le preziosissime sfere dorate del film, alle quali, per poter brillare davvero, occorre anche un tocco di blu, cioè di tristezza.
Qui mi sono immaginata quella esperienza che facciamo quando proviamo felicità …e mentre la proviamo, ci attanaglia quasi contemporaneamente un sentimento di nostalgia, perché sappiamo già che stiamo attraversando la felicità e mentre la attraversiamo sta scorrendo, sta passando, tingendosi il nostro animo, per un attimo, di nostalgia (nostalgia da nostas- algheo: dolore della lontananza) .
Poi,nel film, passando per pavimenti di cemento, binari e tubi di ogni grandezza, porte di metallo, si arriva dentro il “pensiero astratto” dove i personaggi si trasformano da esseri tridimensionali a bidimensionali, prima di essere solo linee e segni (sarebbe piaciuto sia a Dalí che a Miró).
Ma dentro la protagonista ci sono anche le “isole” che rappresentano aspetti importanti della sua personalità: da professionista del mestiere, sono proprio le isole che hanno attratto molto la mia riflessione….le isole di esperienza e i traumi.
La potenza devastante dei traumi. I traumi possono accadere in tutta la vita, hanno inoltre una valenza soggettiva. Si potrebbe dire: “finché c’è vita ci sono traumi”: cambiamenti, morti, perdite, partenze, perfino le belle esperienze di passaggio (nascite, matrimoni, conquiste, promozioni) hanno sempre una valenza traumatica……ci sono grandi spazi da attraversare, ci sono le paure profonde, paure del passato che vengono ad inquinare il presente…..inside out (traduzione americana di “AL ROVESCIO”) può insegnarci che tutto ciò accade non solo in adolescenza, ma continuamente nella nostra psiche, finché siamo vivi.
Ho trovato fantastico e mi faceva piacere condividerlo con voi, come, in un prodotto cinematografico, in un cartone, possa respirarsi tanto sincero amore e apprezzamento per il meraviglioso e imperfetto genere umano.
Mariella Battipaglia

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